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  • 29.05.2017

Il paese della cuccagna

C’era una volta (tutte le favole iniziano così e questa è una favola), in un triangolo del sud della Francia compreso tra Tolosa, Albi e Carcassonne, da tempi antichi e fino al 1750 circa, si coltivava una bruttissima pianta, una erbaccia che in francese si chiama “Pastel”. In italiano “Guado” ed il cui nome scientifico è “Isatis Tintorea”.
Come si capisce chiaramente dalla denominazione botanica si tratta di una pianta che fornisce un colorante. E qui impariamo la prima cosa e cioè la derivazione del termine “Colore pastello”. La prima forma di strumento per scrivere si otteneva mescolando della cera d’api con il Pastel ottenendo un bastoncino in grado di colorare la carta e dunque scrivere.
Ma andiamo avanti perché c’è dell’altro da scoprire.

Alla coltivazione del Pastel seguiva la sua raccolta. L’erba veniva poi confezionata in palle di una decina di centimetri di diametro. Queste palle venivano poi disposte in apposite mensole dove subivano un processo di fermentazione. Dalla fermentazione si ottiene un colorante di colore blu cioè il “blu pastel” con questo colorante venivano colorati i tessuti.
Ovviamente questa produzione rendeva la zona molto ricca e commercianti da tutto il mondo venivano ad acquistare questo meraviglioso colorante. Adesso occorre sapere che le palle di Pastel venivano chiamate “Cocagne” ed i pellegrini che passavano nel sud della Francia per recarsi a Santiago de Compostela riferivano di essere passati nel “Paese della Cuccagna”, in una regione cioè dove non mancava il cibo, le case erano belle e tutti erano felici. Ed abbiamo scoperto un’altra origine di un termine ancora oggi molto utilizzato: il paese della cuccagna.
Per inciso vi vorrei far notare che nell’albero della cuccagna che si vede ancora nelle fiere di paese, il bottino è sempre costituito da “cibo” proprio per ricordare che il bene primario è l’alimentazione.

Ritorniamo al colorante. I tintori dell’epoca dunque immergevano i tessuti naturali in un bagno caldo in cui veniva disciolta la cocagne. Durante il processo di tintura venivano a galla delle pagliuzze di purissimo colore blu. Il tintore raccoglieva questo colorante, fino a 300 milligrammi al giorno, e poi lo vendeva ai pittori. Quindi le magnifiche volte blu delle nostre chiese, affreschi eccetera che vediamo ancora oggi sono di blu pastel.
Giusto per la cronaca vi segnalo che la coltivazione del Pastel ha subito un repentino tracollo a causa dell’importazione di un altro nome noto e cioè l’Indaco ovvero il colorante che proviene dalle Indie. (La concorrenza anche allora!).
C’è stato un certo ritorno della coltivazione nel 1830 a causa della difficoltà di importazione e poi basta.
Basta? No!
Un importante convegno del 1990, ha segnato l’inizio di una nuova giovinezza del Pastel. Durante quei lavori Missoni, Naj Oleari, Nina Ricci ed altri grandi stilisti ci hanno fatto sapere che era loro intenzione produrre capi tinti solamente con colori vegetali.
Fu così che andammo in cerca dei semi di Pastel, che li abbiamo coltivati, in diverse zone d’Europa, che abbiamo portato in laboratorio le piante per vedere quanto colorante erano in grado di dare eccetera, insomma un bel lavoro completo.

Ma siccome poi c’è il mercato: come la mettiamo col mercato?
A questa domanda rispondo così: un chilogrammo di colorante vegetale costa 100 mentre quello sintetico costa 1, ed è quindi evidente che l’industria non ha dubbi. Acquista quello sintetico. Ma questo lo dice l’industria appunto. Vediamo adesso quello che mi ha personalmente detto un tintore durante i lavori del convegno: “usando i coloranti blu sintetici avevo un eczema che mi ricopriva mani e braccia fino ai gomiti, da quando lavoro per Nina Ricci uso coloranti vegetali e l’eczema è sparito”.

Consideriamo anche allora il punto di vista dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: un chilo di colorante sintetico ci costa 100 e quello vegetale costa 1. Perché per fare quello vegetale non solo non ho più eczemi, ma neppure medicine, giornate di lavoro perse. Al contrario col sistema agricolo le campagne non si desertificano, guadagno migliaia di giornate di lavoro, ho meno spese sociali a causa della disoccupazione, eccetera.
In chiusura dunque rimane la semplice constatazione, che ricorre continuamente in questa rubrica, che la realtà, la verità, non è sempre una o se preferite non è quella che l’industria, le multinazionali, la pubblicità, ci fanno credere e forse c’è la possibilità di ritrovare, riscoprire il paese della cuccagna.

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